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Quanto rende e quanto costa essere presenti sui comparatori di prezzo

I comparatori portano domanda già matura, ma il conto non si esaurisce nel costo per clic: c'è il lavoro sul feed, la disciplina sui prezzi e il carico operativo. Un modo concreto per calcolare il costo per ordine e decidere quali parti del catalogo hanno senso.

La domanda giusta sui comparatori di prezzo non è "conviene o no", ma "a quale costo per ordine conviene, e su quale parte del catalogo". È una domanda contabile, non filosofica, e si può rispondere con i dati che hai già in casa. Il problema è che la maggior parte dei negozi la affronta guardando solo la voce più visibile — il costo per clic o la commissione — e ignora le due voci che decidono il risultato: il lavoro continuo sui dati di prodotto e la pressione sul margine che deriva dall'essere messi accanto ai concorrenti, riga per riga.

Che tipo di domanda compri

Su un comparatore l'utente arriva con un modello preciso in testa, o quasi. Ha già superato la fase in cui si chiede cosa comprare; sta scegliendo da chi. Questo cambia tutto nel modo di valutare il canale.

Prima conseguenza: il tasso di conversione tende a essere più alto di quello del traffico generico, perché la selezione è già avvenuta. Seconda conseguenza: il traffico è quasi tutto incrementale rispetto al brand, cioè non sono persone che ti avrebbero cercato per nome. Terza conseguenza, meno gradita: la variabile su cui vieni valutato è ristretta a quello che il comparatore mostra nella riga — prezzo, costo di consegna, disponibilità, a volte tempi e reputazione. Il tuo sito, le foto, i testi, la scheda tecnica curata contano solo dopo il clic.

C'è poi un guadagno che non passa dal carrello: i dati. Sapere quali articoli del tuo catalogo generano clic e quali no, e a quale posizione di prezzo, è informazione di mercato che non ottieni altrove con la stessa pulizia. Se un prodotto riceve molti clic e converte male, il problema è quasi sempre a valle: costo di consegna aggiuntivo, disponibilità dichiarata e non reale, pagina prodotto povera. Se non riceve clic, sei fuori dalla fascia di prezzo in cui la gente compra quel modello. Sono due diagnosi diverse che nessuna campagna generica ti restituisce così in chiaro.

Il conto completo

Metti in fila le voci, separando quelle una volta sola da quelle ricorrenti.

Una volta sola. Generare il feed XML dal gestionale o dalla piattaforma; mappare le tue categorie su quelle del comparatore; recuperare i GTIN/EAN mancanti; normalizzare marca, modello, attributi come taglia e colore; definire le regole per il costo di consegna esposto. Se il catalogo è pulito e la piattaforma coopera, è lavoro di qualche giornata. Se marca e modello sono annegati nel titolo, se i codici a barre stanno su un foglio di calcolo di tre anni fa e le varianti sono gestite come prodotti separati, è un progetto di bonifica del catalogo che ti serviva comunque.

Ogni mese, per sempre. L'aggiornamento di prezzi e disponibilità con una frequenza coerente con il modo in cui muovi i prezzi. Il controllo degli errori del feed: prodotti scartati, categorie non riconosciute, attributi obbligatori vuoti. L'aggiunta dei nuovi articoli e la rimozione di quelli fuori assortimento. Il monitoraggio del posizionamento di prezzo sugli articoli che contano. È un presidio, non un progetto: va assegnato a una persona con un giorno fisso in agenda, altrimenti si degrada in silenzio.

Il costo del canale. Costo per clic, commissione, o quota di visibilità, secondo il modello del singolo comparatore.

Il carico operativo. Domande pre-vendita su compatibilità e tempi, perché chi confronta chiede prima di comprare. Ordini su articoli che credevi disponibili. E la disciplina sui prezzi: stare in una riga accanto ad altre otto offerte significa che il margine su quei codici lo decide il mercato più di quanto lo decida il tuo listino.

Il calcolo che serve davvero

La metrica utile è il costo per ordine confrontato con il margine di contribuzione per ordine. Il costo per ordine si ottiene dividendo il costo per clic per il tasso di conversione del canale.

Esempio puramente aritmetico, nella tua valuta: con un costo per clic di 0,20 e una conversione del 2%, un ordine ti costa 10. Se il margine di contribuzione medio su quegli ordini — ricavo meno costo della merce, meno costo di spedizione effettivo, meno costo di incasso, meno una stima dei resi — è 25, il canale funziona. Se è 8, stai comprando fatturato pagandolo.

Tre avvertenze che cambiano il risultato più di qualsiasi ottimizzazione:

  • Il calcolo va fatto per categoria, non sull'insieme. La media nasconde categorie che finanziano perdite altrove. Un accessorio con conversione alta e margine decente e un prodotto civetta con margine sottile hanno economie opposte, anche se il costo per clic è simile.
  • Il margine deve essere di contribuzione, non lordo. La spedizione, se la offri, è una voce di costo reale che nel comparatore è anche parte del prezzo esposto.
  • Il valore dell'ordine conta più del singolo prodotto. Se chi entra per un articolo a basso margine ne aggiunge abitualmente altri due, il conto va fatto sul carrello. Verificalo nei tuoi dati invece di darlo per scontato: capita, ma non sempre.

Cosa mettere e cosa lasciare fuori

Non tutto il catalogo merita di stare su un comparatore, e includere tutto è il modo più rapido per bruciare budget.

Funzionano bene gli articoli identificabili in modo univoco, dove il confronto è pulito e tu sei competitivo su prezzo totale — prezzo più consegna — pur mantenendo margine. Funzionano gli articoli con buona disponibilità, perché ogni clic pagato su uno articolo esaurito è denaro perso due volte: il clic e la delusione. Funzionano bene i ricambi e gli accessori specifici, dove la domanda è precisa, la concorrenza spesso più rada e il margine più comodo.

Hanno meno senso gli articoli in cui sei sistematicamente fuori dalle prime posizioni di prezzo: il clic, quando arriva, arriva da chi sta scorrendo, e converte male. Hanno meno senso i prodotti a marchio proprio senza concorrenza sul codice: lì il comparatore diventa un canale di scoperta, non di confronto, e va valutato con aspettative diverse. E vanno tenuti fuori gli articoli con dati incerti — misura sbagliata, foto di un'altra variante, compatibilità ambigua — perché generano domande all'assistenza e resi.

Il costo di farlo male

Un feed aggiornato una volta al giorno mentre tu cambi i prezzi tre volte al giorno produce offerte fantasma: l'utente clicca su un prezzo che non esiste più. Paghi il clic, perdi l'ordine e intacchi la fiducia. Lo stesso vale per la disponibilità.

I GTIN mancanti o errati sono l'altro guasto classico: senza un identificativo corretto l'offerta non si aggancia alla scheda giusta, e finisci a competere fuori contesto o a non comparire affatto. Non è un dettaglio tecnico da rimandare, è la condizione perché il canale esista. Vale anche in ottica di espansione: se domani listi su un comparatore in un altro mercato, la qualità dei tuoi identificativi e dei tuoi attributi determina quanto lavoro serve — noi in PriceBee vediamo la stessa differenza tra chi ha il catalogo in ordine e chi no.

Ultimo errore, più subdolo: guardare il canale a fatturato. Un comparatore può far crescere il fatturato e ridurre l'utile, se il mix di prodotti che vende è quello sbagliato. Misura a margine, per categoria, con la stessa finestra di attribuzione che usi per gli altri canali, e guarda anche il tasso di reso per canale: se è più alto della media, il costo per ordine reale è più alto di quello che hai calcolato.

Come impostare la decisione

Prima di firmare, stima il costo per ordine sostenibile per le tue tre o quattro categorie principali partendo dal margine di contribuzione. Poi verifica su quanti codici sei davvero competitivo a prezzo totale. Se la risposta è "su pochi", parti da quei pochi: un feed selettivo che genera margine è meglio di un catalogo intero che genera traffico. Da lì si allarga, categoria per categoria, con il conto sotto gli occhi ogni mese.

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